WELCOME

Nato a Brescia, Giacomo Filippini è cresciuto a stretto contatto con le delizie dell’arte, partendo dal laboratorio del padre, nella storica pasticceria di Brescia e proseguendo nel laVoratorio della madre, Giuliana Geronazzo, nota artista bresciana. Un punto di osservazione privilegiato, il suo, tra salotti e atelier, in cui ha potuto conoscere, fin da piccolo, i movimenti culturali e le personalità che hanno costruito la storia dell’arte contemporanea bresciana. E’ proprio nel laVoratorio di Via Quinzano che Giacomo muove i primi passi, costruendo le sue prime opere in vetro. Nel tempo sperimenta diverse tecniche, tra cui le ceramiche e il raku. Infine, il colpo di fulmine: il ferro. Dapprima è il ferro abbinato al vetro. La forza del ferro contrapposto a quanto di più fragile esista in natura affascina Giacomo. L’antitesi è la sintesi di queste opere: l’energia contrapposta alla delicatezza, il metallo che non lascia passare la luce contro la trasparenza cristallina, il nero si oppone ai colori con cui il vetro viene dipinto. Con la maturità Giacomo si accosta sempre più ad un uso esclusivo del ferro, che oggi costituisce la parte più corposa della sua produzione e lo contraddistingue nel panorama artistico contemporaneo.

Rendere il ferro magico, capace di seminare emozioni , stupire. Le opere di Giacomo Filippini sono dominate da tagli precisi, univoci, che sfruttano i valori cromatici del ferro vergine. Permeate di un concettualismo elegante, sostanzialmente anarchico , fedeli ad un naturalismo classico da cui trae origine le emozioni e lo stupore. Ipnotizza, il gioco della luce con la propria ombra. Vibrazioni che si trasformano in suoni al solo toccare di una frangia d’ala di una farfalla enorme. Simbolismo nella gigantesca “k” che si innalza per 15 metri, con peso di 15 quintali, nella Rotonda di Ciliverghe (bs) ma al tempo stesso forza creativa , potente.
Leggerezza, comunque in tutte le sculture di Giacomo Filippini.
I pesci che si arrotondano, per farsi vedere più grandi con il segno delle “squame” che nel movimento sembrano riallinearsi per dare vita ad una figura elegante e leggera. Cromatismo, sempre.
Se non è sufficiente la pelle naturale del ferro, ne scava l’anima o aggiunge colori forti, in armonia o in contrasto con il tema dell’opera . Giacomo Filippini, scultore, figlio d’arte,ha coltivato la capacità di donare la propria grande anima a tutti i suoi lavori con un senso estetico , unico, di rara bellezza e come già detto anche anarchico.
(Valter Fabbri)

Il ferro è come dire l’antro di Vulcano, la fucina: scintille, maglio, fuoco, acqua… Trattare il ferro sembrerebbe cosa faticosa e dura, plasmarlo al proprio volere, lavoro da uomini duri e scorbutici.
Per Giacomo Filippini non è così. Il ferro è “cosa sua “. Tra un sorriso e l’altro Filippini lo ritaglia, il ferro si piega, si alleggerisce, si muove. Il materiale mantiene la propria personalità forte, ma è costretto ad ubbidire ad una personalità più forte di lui, che lo conosce bene e lo domina.
Ogni artista esegue, in ogni opera che crea, un autoritratto. Filippini è concreto e sognatore, razionale e fantasioso e le sue opere sono rigide e morbide, robuste e sottili, attuali e tradizionali.
Le forme sono primitive e sapienti. I vuoti e i pieni si armonizzano in semplicità. Le linee sono nette e pure. La materia, così rigida, viene mossa e ritagliata con garbo e sicurezza.
Il percorso di un artista è una ricerca continua e mai finita che passa tra dubbi e incertezze, slanci e pentimenti, intuizione e ragionamento. Lo so anche sulla mia pelle. Giacomo Filippini ha intrapreso questa strada lunga, anzi infinita e tortuosa, ma è già vincitore.
(Giovanna Sciannamè)